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  • Chiara Cilli

In anteprima il capitolo 6 de Il Campione del Re!


Sorpresina! Voglio festeggiare l'apertura del mio nuovo sito web con la prima scena che vede protagonisti Neela Šarapova e Cade Connor ne Il Campione del Re, decimo e penultimo romanzo della serie Blood Bonds 💖 E sì, è la scena che @meridyan_art ha disegnato qualche mese fa 🔥 Ora potete scoprire nei dettagli cosa fa il nostro Cade con quella mano premuta sulla sua bocca...😏 Ovviamente ricordate sempre che il testo sarà soggetto a editing e di sicuro subirà delle modifiche 😉 Buona lettura!

 

SEI



C A D E

Secondo mese


Mi destai dal dormiveglia con calma. Nelle prime settimane lo avevo fatto di soprassalto e, inevitabilmente, una mattina avevo sollevato la testa così di scatto che avevo avvertito una scarica elettrica irradiarsi dalla cervicale. Ci erano voluti giorni affinché la contrattura passasse. Da allora avevo imparato a muovermi il più lentamente possibile e a sforzare i muscoli soltanto quel poco necessario per restare in piedi e, quando accadeva, per cercare di alleviare i crampi.

Le luci dell’alba stavano incominciando a filtrare le vetrate colorate in alto, rischiarando le volte a crociera soffitto e le canne del gigantesco organo nella cantoria giù in fondo, sopra l’ingresso principale. Un’ora, e la chiesa sarebbe diventata un forno crematorio.

Un altro giorno speso a inalare il tanfo del mio stesso sudore e infine a congelare quando, calato il sole, cominciava ad asciugarmisi addosso.

Un altro giorno speso ad aspettarla.

Ne erano trascorsi quarantacinque, dall’ultima volta che l’avevo vista, ma non ero per niente spazientito o allarmato dalla sua sparizione.

Faceva tutto parte della sua tortura.

L’essere abbandonato a me stesso, nutrito solo una volta, portato a pisciare e a cacare come un fottuto cane due volte al dì e privato della possibilità di lavarmi, era uno dei tanti tipi di sevizie psicologiche che avevamo appreso durante la nostra formazione con la campionessa di Irina Šarapova.

Per questo sapevo di non dovermi agitare.

Per questo me ne stavo bello tranquillo.

Secondo i miei calcoli, da un momento all’altro sarebbe passata alla seconda fase – e allora sì che avrei dovuto far ricorso a tutta la mia forza di volontà, per non capitolare.

In attesa che il sicario dai tratti orientali venisse a portarmi il mio pasto quotidiano, tra circa sessanta minuti, iniziai il mio stretching post-risveglio. Avevo appena finito di sciogliere le spalle come meglio potevo, quando captai l’eco un ticchettio ritmico nel silenzio tombale.

Trattenni il respiro, in ascolto.

Proveniva dalla mia sinistra, ma non era nella chiesa: era oltre il muro, nel corridoio che fiancheggiava la facciata interna.

Era lei.

E stava venendo da me.

Il cuore mi fece una capriola nel petto, per poi lanciarsi al galoppo. Soffiai fuori dal naso il fiato trattenuto e, con lo sguardo bellicoso puntato sulla porta secondaria, chiusi saldamente le dita attorno alle catene che, appese alla griglia di metallo sospesa su di me a tre metri da terra, mi tenevano le braccia bloccate sopra la testa.

Il rumore dei tacchi si arrestò.

Lo scatto della serratura mi fece fremere.

Il cigolio dei cardini echeggiò nell’ambiente bramoso di depravazione e lussuria.

E Neela Šarapova entrò con l’altezzosità di una monarca intoccabile e la letalità di un cobra smanioso di uccidere.

Indossava un lungo vestito di pelle in stile bondage, con una ramificazione di cinghie che, dalle coppe del reggiseno, si dipartivano sull’addome coperto da uno strato di nylon a rete e sul petto, congiungendosi al collare intorno alla gola. Mentre avanzava, lo strascico della pesante gonna produceva un inquietante sfregamento sulle assi del pavimento e, a ogni passo, lo spacco inguinale rivelava le sue gambe lunghe e forti, fasciate in un paio di vertiginosi sandali alla schiava. Solo una spessa linea di kajal le adornava gli occhi di smeraldo, mentre le labbra carnose erano nere come l’inchiostro. I capelli corvini si erano allungati, al punto che il taglio corto si era trasformato in un groviglio di morbidi riccioli che le ricadevano sulla fronte spaziosa, conferendole un’aria ancor più aggressiva e selvaggia.

Ciononostante, sotto tutta quella oscura bellezza, c’era qualcosa di stonato.

Qualcosa che si stava sgretolando come argilla.

Qualcosa che stava cedendo.

La occhieggiai farsi lentamente largo tra le panche e le nicchie di cuscini. «Non hai un bell’aspetto», esordii con voce gutturale.

Lei, che aveva appena salito i gradini del presbiterio, reclinò il capo e abbozzò un debole mezzo sorriso mentre, aggirando l’altare, faceva scorrere una mano sulla superficie marmorea.

Per un istante la mia attenzione fu magnetizzata dalla linea flessuosa della sua gola, e il ricordo dei miei denti che vi affondavano e delle mie labbra che succhiavano fino a marchiare mi provocò un fiotto di desiderio che mi fece dilatare le narici.

Un calore che si tramutò in gelo non appena Neela ebbe superato l’altare, poiché vidi che nell’altra mano brandiva un maledetto kunai.

Con il volto contratto in un’espressione torva, la osservai avanzare fino a fermarsi a pochissimi centimetri da me.

Cristo santo.

Non le stavo così vicino da undici anni.

Mentre una smorfia nauseata le storceva i lineamenti a causa del fetore che emanavo, non potei fare a meno di riempirmi i polmoni del suo profumo di oli speziati, come un tossico con una striscia di cocaina.

Dio, la sua pelle. Priva di imperfezioni, di un bronzo che sembrava quasi iridescente sulle sporgenze dei suoi zigomi e delle clavicole. Era ancora così liscia e morbida come la rammentavo? Aveva ancora quel sapore che mi mandava così fuori di testa da sentire l’urgenza di leccarne ogni millimetro?

E quegli occhi. Troppo intensi per essere umani. Troppo ammaliatori per non divenirvi schiavi. Troppo pericolosi per non precipitarvi all’infinito.

Erano ancora lo specchio della mia anima?

Erano ancora la mia via per raggiungere la sua?

Non potevo saperlo, perché solo in quel momento mi accorsi che il suo sguardo non era focalizzato sul mio, né del tutto presente alla realtà.

Neela non mi vedeva.

Non voleva vedermi.

E io non potevo accettarlo.

La Regina fece roteare il piccolo pugnale e mi afferrò il colletto della giacca militare nera. Inevitabilmente, il dorso delle sue dita mi sfiorò la gola.

Ci pietrificammo.

La sua pelle contro la mia.

Troppo a lungo avevo sognato di sentirla di nuovo.

Troppo a lungo l’incubo dell’ultimo istante in cui ero riuscito a toccarla mi aveva perseguitato.

Fu come essere colpito da un fulmine, per poi essere investito da una bufera di fuoco. Immagini dei nostri corpi nudi che scivolavano l’uno contro l’altro mi lampeggiarono nella mente, infiammandomi al punto che credetti che il fuoco vivo avesse sostituito l’ossigeno nelle mie arterie.

Il volto di Neela era una maschera indecifrabile, ma i suoi occhi… Finalmente erano vigili e vedevano.

Vedevano quello che era appena accaduto.

Vedevano che il suo indice si stava staccando dal colletto per sfregare ancora una volta sul mio collo.

E non le piacque affatto.

A poco a poco le sue sopracciglia si incurvarono verso il basso. Un battito di ciglia dopo mi strattonò brutalmente la giacca affinché la stoffa fosse ben tesa e avvicinò la lama all’orlo del colletto.

«Guardami, mentre lo fai», le ringhiai a bruciapelo.

Lei divenne una statua, il kunai non solo sospeso a un nonnulla dal tessuto, ma anche dalla mia carotide.

Non stava più respirando.

Uno scatto preciso, e il mio sangue sarebbe sprizzato a fiotti su alcune delle scranne di cuoio rosso che formavano un semicerchio intorno a me.

Invece, un istante dopo, il rumore della stoffa che si strappava riempì il silenzio soffocante, facendomi rizzare i capelli che ora mi coprivano la nuca.

Neela cominciò a recidermi la giacca con calma esasperante, i pezzi di tessuto che finivano a terra come brandelli di carne per segugi. Quando si dedicò alle maniche, fu attenta a non ferirmi le braccia nude al di sotto. Troppo attenta.

Giacché sapevamo entrambi che se una singola goccia vermiglia fosse stillata anche solo da un minuscolo foro sulla mia pelle, lei non avrebbe saputo resistere. Al ruggito del nostro legame.

A me.

«Neela», la chiamai di nuovo quando rimasi in t-shirt. Lei ne afferrò l’orlo e fece per inciderlo, ma io mi sbilanciai di colpo in avanti sibilando: «Mi devi guardare».

La Regina ritirò repentinamente il pugnale per non rischiare di infilzarmi il ventre, sbuffando irritata dalle narici. Se l’energico ed improvviso sferragliamento delle catene sulla grata le aveva destato qualche preoccupazione, non lo diede a vedere.

Aspettai invano che sollevasse lo sguardo sul mio, poi mi ritirai indietro con un respiro incazzato e la scrutai feroce mentre mi stracciava la maglietta fino a lasciarmi a torso nudo.

I suoi occhi si fecero rapaci e ne esplorarono ogni rilievo e avvallamento.

Il sangue iniziò a ribollirmi nelle vene come lava, e stritolai le catene per lottare contro l’istinto di slanciare in alto una gamba e arpionarla intorno ai suoi fianchi come un uncino, traendola di prepotenza a me. Dopo quella che mi sembrò un’era, Neela andò a poggiare il pugnale sull’altare e in seguito tornò a riposizionarmisi davanti. Osservò le mie mani in alto. Scese lungo le braccia, l’addome. Si fermò sulla mia cinta. D’improvviso mi ghermì per la fibbia e attirò il mio bacino a sé, facendomi trarre un brusco respiro saturo d’eccitazione e collera. Passante dopo passante, mi sfilò la cinta e la gettò lontano.

Il suo sguardo si sollevò sulla mia bocca.

Il mio la incenerì con maggior veemenza.

Inspirando piano, profondamente, Neela si chinò sui calcagni e prese a slacciarmi gli anfibi; me li sfilò uno per volta, così come i calzini, e li mise da parte.

Poi, quasi al rallentatore, si rialzò.

E le sue dita trovarono il primo bottone dei miei pantaloni.

Il secondo.

Il terzo.

Il mio cazzo riconobbe il tocco delle sue unghie. Fu pressoché impercettibile, ma lo avvertì in tutta la sua potenza, pulsando e iniziando a ingrossarsi contro il mio volere.

Rispondendo alla sua padrona.

Invocandola.

Lei indugiò con i polpastrelli sull’erezione sempre più notevole nei boxer sotto la patta aperta. Quando finalmente si decise a togliermi i pantaloni, non riuscii a sopportare di vederla abbassarsi di nuovo e reclinai il capo all’indietro, fissando la grata sopra di me mentre il suo respiro caldo mi lambiva le cosce adesso nude.

Dopo aver lanciato via i miei pantaloni, Neela mi posizionò le mani sui fianchi e mi fece scivolare gli indici sotto la molla dei boxer.

Disprezzai come il mio cazzo palpitò.

Detestai come il mio corpo tremò.

Odiai come il mio cuore gridò.

Per lei.

Per riavere quello che avevamo perso.

Neela fece scorrere le dita verso il mio fondoschiena, centimetro dopo centimetro. Appena avvertii la punta delle sue unghie sulla parte superiore del sedere, non fui più in grado di trattenermi e mi protesi in avanti con uno scatto rabbioso. Stavolta, però, lei non si ritrasse, e la mia faccia cozzò contro un lato della sua.

«Guardami», le intimai, le labbra che sfregavano sul suo zigomo.

Neela mi affondò le dita nelle natiche con una smorfia sofferente e infuriata, e, forse inconsciamente, mi tirò più vicino a sé.

Ma non mi bastava.

Volevo i suoi occhi nei miei.

Per questo, respirando sulla sua guancia, pronunciai l’unica parola che sapevo l’avrebbe riportata da me.

Un nome nato nelle tenebre che un tempo avevamo dominato insieme.

Un nome che serpeggiava nel nostro sangue, versato nelle notti più nere.

Un nome che urlava nella lussuria più perversa e smodata a cui ci eravamo abbandonati.

Un nome che bisbigliava tra i baci rubati tra le lenzuola aggrovigliate o sui pavimenti freddi.

Un nome che era nostro.

Un nome che era mio.

«Neels», sussurrai.

La sua mano mi tappò la bocca con tanta violenza che si udì il netto schiocco dei miei denti. Le sue dita affondarono nella mia barba ormai incolta come gli artigli di un’aquila sul suo pasto succoso.

Poi, finalmente, i suoi occhi vennero dai miei.

Vi si scontrarono.

Con furia.

Con disperazione.

Con astio.

Con dolore.

Mi scagliò contro ogni sua emozione, finché non le sentii strisciarmi sotto la pelle come un veleno che mi divorava dall’interno.

Il rancore che imperversava nel suo sguardo era impenetrabile, era come le onde altissime di un oceano in tempesta che mi ricacciavano indietro.

Non mi lasciava entrare.

Non le permetteva di rispondere al mio richiamo.

Allora, dischiusi le labbra finché la sua museruola me lo consentì e tirai fuori la lingua, sfiorandole il palmo con la punta.

Un lampo di shock le attraversò il viso per una frazione di secondo, e la sua fronte aggrottata si distese un po’. Approfittai di quella breve distrazione e la leccai ancora.

Lentamente.

Ma forte.

Con tutta la lingua.

Bagnandole la mano di saliva.

Accettando la sfida che leggevo nei suoi occhi, ora ardenti come tizzoni.

Godendo nel vederla tentare di reprimere versi di piacere con tutta se stessa.

Dopo quello che mi parve un secolo, Neela allentò la morsa e lasciò scivolare le dita sulle mie guance doloranti, attardandosi sulla mia bocca umida prima di lasciar ricadere il braccio lungo il fianco.

Non smisi un attimo di fissarla, mentre indietreggiava con espressione dispregiativa. Mi squadrò da capo a piedi un’ultima volta, arricciando le labbra con sdegno misto a libidine quando si soffermò sull’erezione quasi fuoriuscita dai boxer. Quindi, senza alcuna fretta, si girò, recuperò il kunai sull’altare e si avviò alla porta.

Fui sul punto di comandarle di tornare da me.

Di liberarmi.

Di perdonarmi.

Di andare via.

Insieme.

Come avevo già fatto.

Invece rimasi zitto, guardandola lasciare la chiesa e richiudersi l’uscio alle spalle. Solo in quel momento mi accorsi di avere il respiro pesante e il battito del cuore a mille.

Un cuore che urlò con la mia anima dilaniata, quando un colpo secco fece vibrare il battente della porta secondaria.

 

Finito! 😁 Vi è piaciuto? Ma soprattutto... Cosa vi è piaciuto di più? 😏🔥😜 Eh, quella linguetta... Vi spoilero che per i Cadeela leccare è una ragione di vita! E chissà quali cose leccheranno in questo penultimo volume della serie...👀 Se non lo avete ancora fatto, vi ricordo che sempre qui sul sito potete leggere anche il super struggente capitolo 1, invece nei file del mio gruppo Facebook ★ Chiara's Bad Girls ★ trovate il devastante prologo, che ha luogo subito dopo la scena nella piazza di Véres in Non Tradirmi 💔


Un abbraccione,

Chiara 🧡

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